come nasce il modello Pancafit®

Come posturologo ho adottato il modello di lavoro sul corpo proposto da

La decisione di avvalermi di questo strumento e di tutto lo studio che ce dietro nasce dalla storia e dalle intenzioni che si celano nel modello di lavoro sul corpo di Pancafit.

Direttamente dalle parole del suo creatore Daniele Raggi,vi racconto come nasce questo fantastico strumento di lavoro per rimetter ein asse il corpo e la tua postura ne avrà dei grandi benefici.

Dopo 15 anni (1980/1995) di applicazione di una serie di tecniche posturali, tra cui Alexander, Ortobionomi, Feldenkrais, Riflessologia, Back school ed altri…, ma con alla base il Metodo Mézières, il destino mi procurò un incidente in palestra. Più che destino…, dovrei parlare di un conflitto molto importante che riguardava un grave “tradimento” dei principi e dei valori da parte di colui che credevo essere il mio maestro di vita. Quel dolore ebbe il potere di cambiare la mia “centratura”, la mia vita… Non fui forte abbastanza, ed al posto del rispetto per me, provai rabbia e rancore verso il maestro… Ai tempi ero molto attivo in ambito sportivo, molto forte, con una resistenza che rasentava l’inverosimile… e potevo fare praticamente tutto. Così decisi di sfogarmi in palestra…, con lo sport e con i pesi. Sapevo che non era ciò di cui avrei avuto bisogno, ma in quel momento fu così.
Un giorno, in palestra, mentre facevo un esercizio con il bilanciere, un banale scherzo di un collega fece sì che subissi una grave lussazione alla sacro-iliaca sinistra. Era così grave che il dolore era h 24 ed era 9 su una scala 0-10; il dolore non rispondeva a nessun trattamento…, di nessun genere…, neppure con i numeri uno di ogni specializzazione che ancor oggi si possono citare.
Per molti mesi feci ogni genere di terapia, ma il dolore era sempre forte, giorno e notte. La lussazione era così grave ed evidente, tale da avere una sporgenza alla sacro-iliaca sinistra grande come un pungo e la colonna era ormai compensata in una grande scoliosi.
Sembrava non vi fosse più nulla da fare. Tutti i terapisti e i medici fallivano e tutti si arrendevano… ed io ero distrutto sia per i dolori che per i fallimenti. Non avrei mai potuto accettare quella condizione da ottantenne… perché ne avevo appena 42. Anche io, da solo, avevo sperimentato di tutto, ed ogni manovra o tecnica del mio amato metodo Mézières era destinata a fallire, sia che si trattasse di componente funzionale che strutturale.
Una notte, sempre come tutte tragicamente insonni, misi due assi di legno nel mezzo del corridoio della camera da letto e mi ci sdraiai sopra per disperazione. Le due assi si incontravano al centro formando un angolo di circa 110°. Mentre ero sdraiato…, guardavo le travi del soffitto, pensavo, sognavo ad occhi aperti di poter tornare almeno a camminare normale, come tutti. Ormai ero così assuefatto e distrutto dal dolore persistente che già l’idea di poter tornare a camminare liberamente costituiva sogno ambito; mi sarei accontentato veramente di poco, pur di non dover convivere con un dolore così invalidante.
La dimensione ed i parametri della vita cambiano a dismisura quando il destino ti toglie tutto. Ci si accorge solo in certi momenti quanto poco apprezziamo le cose che abbiamo…, e ce ne rendiamo conto solo quando le perdiamo.
Così, le mie notti erano diverse: anziché a letto, insonne, nervoso, a rimbalzare fra fianco destro e sinistro per cercare sollievo, mi trovavo impegnato a riflettere sulla vita e le mie possibilità… ed aspettative.
Respiravo e mi ascoltavo; cercavo di capire cosa succedeva…, quanto la gravità agisse su di me con il suo impatto di 1kg per ogni cm quadrato. Quanto, lei dall’alto e i due piani di legno dal basso, ovvero il terreno, stessero lavorando su di me. Stavo allineato, in asse, per resettare la scoliosi. Mi auto allungavo con il collo e ne sperimentavo molte modalità… e lasciavo fluire il respiro.
Rimanevo tanto tempo apparentemente immobile, in asse dalla testa ai piedi e respiravo, respiravo, respiravo lasciando fluire il dolore; l’angolo dei due piani era aperto quanto bastava per non reagire e avere pochissime tensioni. Sembrava non facessi quasi nulla: ma, 1) “ero con me stesso” 2) ero in “assetto decompensato” 3) “respiravo” 4) interagivo con la “gravità” 5) mi “autoallungavo” 6) ero posizionato con un “angolo giusto” 7) mi concedevo un tempo “lento e lungo” dentro al quale ho anche pianto, fra disperazione e catarsi.
Questo cocktail di ingredienti, miscelati armoniosamente, iniziarono a dare frutti sperati… ed in parte inaspettati.
Dopo circa due settimane mi vidi più diritto allo specchio.., e per la prima volta camminai per oltre 100 metri senza dovermi fermare. Un successo.
Così, piano piano ogni giorno miglioravo e dopo un mese decisi di fare la prima corsetta. Ormai non avevo più dubbi: ce la stavo facendo, alla faccia di tutti i colleghi che mi avevano tolto ogni speranza: non si può fare più nulla…, ormai il problema è strutturato…, lei è troppo stressato, si rassegni…, forse lei è depresso…, non camminerà più…, potremmo provare ad operarla…, etc.
Essere riuscito a venirne fuori, riconquistare la vita, è stato…, e lo è tutt’ora, motivo per cui difendo sempre il paziente sofferente e disperato al quale tutti hanno tolto speranze. Faccio di tutto per restituire alle persone la dignità della “non sofferenza”. Conosco molto bene cosa significa sentirsi persi senza più una speranza.
Da lì, nel 1996, con il primo prototipo rudimentale che io stesso costruì,  (che poi si sarebbe poi trasformata in Pancafit), iniziai a verificare le reazioni coi i pazienti che potevo nuovamente trattare.
I risultati erano molto interessanti. Addirittura, risolvendo un problema ad un ingegnere che non conoscevo, questi mi fu così riconoscente da prendersi a cuore la realizzazione materiale del progetto Pancafit.
Da quel momento iniziò un successo incredibile. Venivo chiamato a relazionare i principi del metodo in molti congressi e convocato come docente al 1º Master  di Posturologia in Italia c/o la 1ª Facoltà di Medicina e Chirurgia La Sapienza di Roma. Da quel momento Pancafit inizio a fare il giro del mondo…, fino a quando, sorpreso, la vidi in televisione alle Olimpiadi del 2000.
Ora, per non cadere in equivoci, vorrei precisare che Pancafit non è l’attrezzo dei miracoli…, ma è uno straordinario strumento facilitatore di quello che invece deve essere la metodologia applicativa su di essa; un bagaglio di conoscenze tecniche piuttosto ampio e complesso che permette una corretta applicazione di numerose posture decompensate.
Per poter operare con correttezza e deontologia, vi è una mole notevole di conoscenza, lavoro ed indagine che si deve fare in prima fase con il paziente; numerosi test che possono essere eseguiti.
Alcune tecniche vengono eseguite senza Pancafit, mentre altre richiedono espressamente l’utilizzo dei due piani di appoggio. Inoltre, il metodo contempla oltre 500 posture diverse per raggiungere per quanto possibile, il risultato per il paziente. È proprio attraverso la mia esperienza diretta come paziente che ho potuto sviluppare una serie di conoscenze, diventando un Posturologo migliore; anche coi miei pazienti avevo capito come sfruttare la gravità…, e che la stessa non si comporta come un nemico, ma al contrario un prezioso alleato. Inoltre avevo capito, come era successo a me, che non sempre si devono attuare azioni o tecniche intense o forti, ma il contrario…, solo la forza della gravità. Inoltre avevo capito che lo stretching, per come viene impostato, non va bene per certi problemi posturali per evitare compensi e spostare i problemi in altri distretti o anelli muscolari.  E non sempre si deve “stirare il connettivo”. Inoltre, avevo compreso meglio che la “respirazione decompensata e lasciata” deve essere veramente conosciuta ed applicata alla perfezione…, dato che il diaframma è il “regista di tutte le catene”, quasi quanto il “coccige regista delle curve della colonna”.
Così, feci i primi prototipi di quella che poi sarebbe diventata Pancafit. I miei test coi pazienti andavano a meraviglia.
Così è iniziato il meraviglioso viaggio di Pancafit e del Metodo che le fornisce la necessaria conoscenza e “potenza terapeutica”.
“PANCAFIT non è nata per fare i miracoli”;
“Pancafit non è nata per fare stretching”;
“PANCAFIT non è nata per “STIRARE LE CATENE”…
“IL SUO COMPITO… È BEN ALTRO… É BEN OLTRE”!
“La vera forza di Pancafit sta nella sua semplicità”.
“La vera potenza di Pancafit sta nel Metodo”.
(D. Raggi)

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